Questo non è giornalismo ma un mestiere sporco con l'obiettivo di infangare

Scritto il 07/01/2026
da Filippo Facci

Ci interessa che una trasmissione che è costruita sull'accesso a informazioni sensibili (non verificabili dal pubblico) esercita un potere sporco, ripetiamo, sporco, soprattutto se viene usato per rilanciare piste giudiziarie screditate

Non sono più colleghi che sbagliano, siamo al depistaggio professionale di servizio pubblico (la Rai) praticato con metodo e perseverante indifferenza per gli esiti storici e giudiziari, e non perché Report sbagli pista, ma perché, da anni, costruisce dolosamente dei racconti paralleli che se ne fottono di sentenze e archiviazioni e servono una sola funzione: spostare l'attenzione, allontanarla dalla verità accertata, portarla in un altrove nebuloso che è abitato da ombre e mandanti esterni e piste nere eternamente riaperte. Non sono errori, è premeditazione. È un mestiere che col giornalismo non c'entra nulla.

Questo scandalo del dossieraggio illumina una gran parte del meccanismo: non è un mucchietto di carte pubbliche, basta con le idiozie, stiamo parlando di milioni di file raccolti in 15-20 anni (e all'occorrenza "rubati", certo: ma fateci il piacere) dentro un archivio che include materiale riservato e persino intercettazioni, altro che "visure camerali" e scemenze varie. Non ce ne importa se il nodo sia penale o no, non siamo secondini come loro: ci interessa che una trasmissione che è costruita sull'accesso a informazioni sensibili (non verificabili dal pubblico) esercita un potere sporco, ripetiamo, sporco, soprattutto se viene usato per rilanciare piste giudiziarie screditate. Prima di altro, oltretutto, il piano è istituzionale; non c'entrano le opinioni o le polemiche, non è ciarpame tra giornalisti, o faziosità o soliti attentati inventati (come sanno tutti) perché in discussione sono gli strumenti con cui Report spaccia la sua merce, con quali regole, quali rapporti, quale metodo.

Domande: perché Sigfrido Ranucci si avvale della consulenza di un Gian Gaetano Bellavia? Come può conoscere l'archivio di Bellavia e però escludere la presenza di materiale sensibile quando invece lo è? Risposte possibili: o l'archivio era noto, e si sapeva che cosa conteneva, oppure non lo era, e allora la fonte è stata usata senza controllo; in entrambi i casi la stupida falsità delle "visure pubbliche" cade miseramente. Non stiamo parlando di errori o di forzature, ma di prassi, di un circuito stabile che ha prodotto narrazioni asimmetriche (a esser gentili) e informative opache (a essere molto gentili).

Nell'insieme: un patto tra procure, un consulente e una trasmissione pubblica per generare suggestioni e depistaggi. Potete scordarvi di chiamarla libera informazione: abbiamo una trasmissione della Rai che vive di archivi accumulati negli anni e che ora li minimizza, rifiuta controlli, e, ora che li abbiamo scoperti, reagiscono con vittimismo e con le solite cazzate sulla censura oltre all'involontario fuoco amico di quei poveretti dei Cinque Stelle. Ma questa non è una disputa politica, è la fotografia di una devianza professionale.

L'archivio attraversa decenni, e tocca nomi pesanti della nostra storia: ma è solo un accumulo seriale, fuori da qualsiasi consulenza e fedeltà al giudicato giudiziario, fuori da ogni accertamento. Esempi? Se serve li faremo. Per ora basti citare l'ossessione di Report per quell'eroe nazionale che è il generale Mario Mori (oggetto di accanimento anche nella scorsa puntata) che ha solo il torto di aver cristallizzato, nel dossier Mafia e Appalti, la verità definitiva sulla morte di Falcone e Borsellino, verità giudiziaria e storica ma disdegnata da certa antimafia perché ha polverizzato le allucinazioni sui soliti Gelli, Craxi, Andreotti, Berlusconi, Andreotti e satanasso nonché (ora) sulle piste nere, perché si sa, le piste dipendono dai governi in carica.

Il campione del vaniloquio resta Roberto Scarpinato, un tribuno politico-mediatico che paventa stragisti e burattinai ancor oggi al potere (dovrebbero avere 120 anni) ma che nella sua lunghissima e discutibile carriera non è mai riuscito a portare alla sbarra un solo fantasma tra quelli che inseguiva, neanche uno, mai. Ma Scarpinato è solo il pupo più pittoresco di un teatrino in cui, da una vita, si muove il carrozzone antimafia (senza più la mafia) oltreché faccendieri e scarabei stercorari che fanno circolare in eterno una sostanza organica fatta di suggestioni, evocazioni, spettri, "non ci hanno fatto indagare abbastanza" (33 anni che lo fanno) e altra dietrologia consunta che li ha spinti nell'angolo, assediati dal loro ridicolo. Dicono sempre che "fanno solo il loro lavoro". È vero. Il punto è che lavoro sia.