Caracas si è svegliata nel rumore dei cingolati e degli spari. Posti di blocco improvvisati, uomini armati e incappucciati agli angoli delle strade, telefoni controllati dai collettivi del regime alla ricerca di un messaggio non gradito alla cupola chavista. Tank schierati in città, droni abbattuti nei pressi di Miraflores, versioni ufficiali che cambiano di ora in ora: prima l'allarme per un presunto attacco statunitense, poi la spiegazione di una "confusione interna" tra forze di terra e dell'aria.
Una cosa, però, è certa: il decreto di emergenza firmato dopo il giuramento di Delcy Rodríguez ha dato il via libera a una stretta generalizzata. Giornalisti fermati e perquisiti, 14 reporter locali arrestati, un inviato della Cnn espulso dal Paese. Sospese le visite ai prigionieri politici, avviata la caccia a fantomatici collaboratori interni del blitz ordinato da Trump. Gli apparati di sicurezza hanno ripreso il controllo della capitale con i metodi di sempre, mentre all'interno del regime affiorano tensioni sempre meno occultabili: da un lato il ministro dell'Interno Diosdado Cabello e i vertici della controintelligence militare, a cominciare da Alexander Granko; dall'altro i fratelli Rodríguez.
In questo scenario spicca un fatto: Cuba ha proclamato il lutto nazionale per 32 uomini della propria intelligence e delle truppe speciali uccisi durante l'operazione americana. Altro che semplice cooperazione sanitaria o scambio "petrolio in cambio di medici". La presenza cubana in Venezuela è militare, strutturale, radicata da 20 anni. Esiste una vera e propria VeneCuba fatta di apparati di sicurezza, intelligence e repressione. Già nel 2012 era evidente a chi scrive: interi piani dell'ex hotel Hilton di Caracas erano occupati da funzionari cubani. Il lutto proclamato dall'Avana certifica ciò che il regime ha sempre negato, pur invocando la "sovranità".
Un dettaglio simbolico della fine di Maduro arriva infine dalla dinamica della sua cattura. A ricostruirla è Nelson Bocaranda. Secondo il suo racconto a Il Giornale, lui e la moglie, nel tentativo di fuggire, volevano entrare nel bunker sotterraneo di Forte Tiuna, quello che avrebbe dovuto consentire loro di resistere il tempo necessario all'arresto. Nella corsa hanno urtato violentemente una pesante porta d'acciaio dal telaio basso, riportando ferite alla testa. Subito dopo sono stati bloccati, catturati e soccorsi dalle Delta Force. Un epilogo grottesco per un potere che si credeva intoccabile.
Resta la questione giuridica agitata in queste ore da politici, giuristi e dal segretario generale dell'Onu, il socialista portoghese Antônio Guterres. Il richiamo all'articolo 2 (paragrafo 4) della Carta delle Nazioni Unite - il divieto dell'uso della forza contro l'integrità di uno Stato - regge solo se esiste un'autorità legittima. In Venezuela non c'era. Edmundo González, presidente eletto nel 2024, ha espresso il proprio consenso all'intervento. Il regime di Maduro, che quell'elezione l'ha rubata, si è opposto. E lo sanno anche le pietre, Guterres compreso.
Del resto, come ricorda il Wall Street Journal, sarebbe paradossale interpretare il diritto internazionale come uno scudo per dittatori sostenuti da potenze straniere Cuba, Hezbollah, apparati criminali e non come uno strumento per rimuoverli. Trump non è entrato a Caracas per invaderla, ma su richiesta dell'unica autorità riconducibile al voto popolare. Tutto il resto - dalla propaganda antiamericana alle rituali invocazioni dell'Onu - si infrange contro i fatti. E contro ciò che oggi si vede nelle strade di Caracas, dove il 90 per cento della popolazione è felice, ma non può dirlo. Pena l'arresto.

