Ex Ilva, confermato il blocco dell'area a caldo. Martedì a palazzo Chigi il confronto tra ...

Scritto il 11/09/2026
da agi

AGI - Primi effetti della conferma della fermata dell'area a caldo dell'ex Ilva di Taranto da parte della Corte d'Appello di Milano, con un'ordinanza emessa questa mattina. Il Governo corre ai ripari e già per martedì ha convocato di nuovo i sindacati a Palazzo Chigi, dopo il vertice dell'8 settembre.

Il sottosegretario alla presidenza, Alfredo Mantovano, lo aveva già detto concludendo il confronto con i sindacati la sera dell'8 a Chigi, e oggi a margine di una visita a Vercelli la premier Giorgia Meloni ha detto: "C'era un tavolo già aperto che verrà riconvocato, presumo immediatamente, per andare avanti a capire. È uno dei file sui quali stiamo spendendo il maggior numero di ore. Lavoriamo con il materiale che abbiamo e con decisioni che non dipendono da noi. Pero' sicuramente continuiamo a fare del nostro meglio".

Aigi riprende i licenziamenti collettivi

Ma intanto ci sono i primi contraccolpi alla conferma della fermata che, come già stabilito nel decreto del 27 luglio della Corte d'Appello, avverrà entro fine ottobre, al termine dei 90 giorni. Aigi, associazione di imprese che lavorano con la fabbrica, oggi stesso "ha formalmente comunicato ai sindacati la ripresa dei licenziamenti collettivi. Come noto - dice Aigi - l'iter era stato sospeso lo scorso 8 settembre durante l'audizione presso Palazzo Chigi per senso di responsabilità da parte delle imprese e in attesa del giudizio sulla richiesta di sospensiva al decreto di chiusura promosso dai commissari straordinari dell'ex Ilva".

Il 4 settembre Aigi aveva infatti annunciato 2.500 licenziamenti collettivi per conto di 28 imprese associate. E adesso un'altra possibile conseguenza potrebbe essere l'aumento sensibile della cassa integrazione straordinaria, sia a Taranto che nel resto del gruppo. A Taranto sono già in cassa circa 3mila unità dirette su poco meno di 8mila in organico.

Le motivazioni della Corte d'Appello

Tornando alle decisioni della Corte, che ha rigettato le richieste di sospensiva fatte da Ilva ed Acciaierie d'Italia rispetto al provvedimento del 27 luglio, "il bilanciamento tra i contrapposti interessi non può che far propendere a favore delle ragioni di tutela della salute per le quali e' stata disposta la sospensione dell'attività produttiva dell'area a caldo". Richiamando poi le "ripetute recenti pronunce della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione", specie a seguito della modifica dell'articolo 41, comma 2, della Costituzione, "secondo cui l'iniziativa economica privata non può svolgersi 'in modo da recare danno alla salute o all'ambiente'", la Corte dice che "nel conflitto fra il diritto all'esercizio dell'attività di impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati, non può che prevalere quest'ultimo".

Per i magistrati, la tesi sostenuta da Ilva e da Acciaierie d'Italia "a favore della sospensiva, si basa su una riproposizione della tesi della bontà delle misure gia' in essere, quali il fatto che il gestore abbia eseguito le prescrizioni dell'Aia 2025, che l'Aia 2025 sia rispettosa delle regole europee e che le emissioni nocive dello stabilimento di Taranto siano entro i limiti di legge". Ma tali argomentazioni, osservano i giudici, "sono gia' state ritenute (quanto meno in parte) infondate o irrilevanti".

Per la Corte, anche a fronte "del grave danno, di natura economica, da compromissione degli impianti, si pone l'esigenza di apprestare tutela al diritto alla vita ed alla salute. Va poi detto - proseguono i giudici - che l'assunto dell'irreparabilità degli impianti, in conseguenza della sospensione dell'attività produttiva nell'area a caldo, e' stato contestato dai resistenti cittadini che, con la loro memoria, hanno dedotto sia che 'gli Afo in funzione hanno ben 60 anni e vengono rattoppati senza soluzione di continuità alla meno peggio', sia che, dall'ultimo rapporto dell'autorità di controllo Ispra, risulta che, nel corso degli ultimi anni, gli Afo 1, 2 e 4 siano stati più volte fermati per interventi di adeguamento e poi regolarmente riavviati". E per la Corte "il solo fatto che i cittadini affermino di essere residenti in quartieri di Taranto e in comuni limitrofi agli impianti Ilva" consente "di affermare la loro legittimazione processuale, essendo da questi rappresentato che dallo stabilimento derivano emissioni nocive che invadono l'area in cui sono ubicate le abitazioni che occupano".

Le reazioni di sindacati e istituzioni

Intanto i sindacati nazionali Fim, Fiom e Uilm chiedono che siano salvaguardati "i lavoratori, prime vittime delle scelte di chi ha avuto ed ha responsabilità decisionali. Subito il blocco dei licenziamenti".

"La priorità è adesso tutelare i lavoratori e salvaguardare le competenze", afferma Valter Quercioli, presidente di Federmanager. "Nulla è ancora perduto. Esiste ancora uno spazio concreto perché il Governo possa intervenire e questa possibilità va colta senza ulteriori esitazioni", rileva Simone Bettini, presidente di Federmeccanica.

Antonio Decaro, presidente della Regione Puglia, sostiene invece che non c'è "più spazio ad attese. Taranto non puo' piu' aspettare. Serve un piano di emergenza vero". E anche per il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, "il futuro della città va tutelato con misure che preservino economia e sviluppo. I lavoratori vanno tutelati con misure di compensazione affinché non si perda un solo posto", mentre Confindustria Taranto, con il presidente Salvatore Toma, sollecita "l'adozione di un decreto urgente che governi la transizione".