«Ceterum censeo Carthaginem esse delendam (Del resto, ritengo che Cartagine debba essere distrutta)». Catone il Censore concludeva così ogni suo discorso, indipendentemente dall'argomento. Per Delfin sembra riecheggiare una versione moderna di quel principio: qualunque sia il tema sul tavolo, il punto d'arrivo per alcuni degli otto eredi di Leonardo Del Vecchio resta sempre lo stesso. La successione continua a dominare ogni scelta strategica, trasformando la holding di famiglia in un terreno di scontro permanente. Lo dimostra l'esito dell'assemblea dei soci di ieri che ha allungato le distanze.
Leonardo Maria Del Vecchio ha deciso di non partecipare all'assise perché «non c'erano i presupposti per un'assemblea produttiva». In una lettera inviata ai soci ha attaccato il cda della cassaforte, cui viene contestata l'iscrizione nel registro soci di Rocco Basilico, parlando di «un'ingiustificabile inerzia». Le iniziative avviate da Basilico, vengono definite come una reazione «scomposta». E l'ipotesi della cessione degli asset Delfin bollata come «sconveniente e illogica». Infine, Del Vecchio segnala di non aver ricevuto la documentazione aziendale necessaria a valutare il progetto di bilancio 2025. Da qui la decisione di non essere nelle condizioni di prendere parte a un'assemblea che tratta anche quel punto. Nella missiva viene poi sottolineata l'amarezza per quanto accaduto dopo l'assemblea del 27 aprile, nella quale sei soci avevano votato a favore delle sue proposte di delibera. Ma da allora, scrive, «vari fattori sono cambiati». Anzitutto la richiesta, avanzata nelle scorse settimane, di un impegno da parte del board ad esaminare la sua proposta di acquisto delle quote di Luca e Paola. Una struttura, ricorda, che avrebbe lasciato su di sé i rischi finanziari dell'operazione. Per settimane, alcuni membri del board «si sono limitati a sollevare eccezioni generiche su presunti limiti legali», senza approfondire la richiesta. Mentre il cda, racconta ancora, restava silente, alcuni consiglieri avrebbero intrattenuto comunicazioni informali solo con una parte dei soci, «generando confusione e sfiducia». Nello stesso periodo, a fronte delle richieste di accesso a documentazione aziendale indispensabile anche per le interlocuzioni con le banche finanziatrici del prestito, Leonardo Maria spiega di non aver mai ottenuto riscontro scritto, ricevendo solo risposte telefoniche. Sollecitato il 24 giugno a esprimersi formalmente, il board di Delfin si è diviso. Nel ribadire la propria contrarietà all'ammissione di Basilico a intervento e voto, Del Vecchio jr si riserva dunque di impugnare le delibere assunte con il suo concorso.
Il bilancio della holding lussemburghese è stato intanto approvato dagli altri sette eredi presenti. Che hanno raggiunto un'intesa anche sulla nomina dei commissari sui conti, ma si sono divisi sui nomi: via libera all'avvocato Lara Forte e al commercialista Fabio Scoyni, mentre non è passato il manager Marco Talarico, braccio destro di Del Vecchio jr nonché ex ad del suo family office Lmdv. Respinto sia l'incremento delle cedole, sia la possibilità di trasferire le singole quote degli eredi in società personali (che le avrebbero rese bancabili). È stato infatti bocciato l'innalzamento del tetto all'80% per la distribuzione degli utili ai soci. Limite che, quindi, resta al 10%.
Lo scontro sulla governance della holding e sul futuro assetto proprietario è destinato a proseguire anche sul piano legale. Lasciando perplesso il mercato che non può che restare alla finestra per capire come andrà a finire. Ieri il titolo EssilorLuxottica, di cui Delfin possiede il 32,4%, ha segnato un +0,34% sul Cac40 di Parigi e un +0,52% in Piazza Affari chiudendo rispettivamente a 164 e 165 euro.